La scoperta dell’America

L’altro giorno mi ha chiamato il caporedattore e mi ha detto: “Calogero, ho bisogno di te! Per il prossimo numero ho bisogno che tu regali ai nostri lettori una di quelle tue supposte di verità; ma di quelle verità vere che solo la tua immensa cultura può partorire…”.

Io, che in quel mentre stavo preparandomi un uovo di pterodattilo fritto, ho accettato di buon grado dicendo: “Va bene, lasciami almeno di finire di fare la centrifuga!”.
In breve mi metto al lavoro.
Scavo nella mia memoria per trovare una storia fica da raccontare. Dopo 13 minuti trovo un pompelmo rosa, una stilografica di valore e la vera storia della scoperta dell’America.

Tutto ebbe inizio nel 1491, in quel di Varese, precisamente nella casa popolare in via Vicolo Stretto, appartenente per metà all’INPS (che come tutti i mali, esisteva già allora) e per metà alla famiglia Terra. Era il giorno del 19simo compleanno del figlio maggiore, Artemio. Ragazzo normalissimo per carità, se non fosse che aveva una preoccupante fissazione per il mare. Il che, potete capirlo, costituiva un grosso problema in quella terra notoriamente lacustre. Il suo passatempo preferito era, infatti, stricare (se mi passate il latinismo) i suoi teneri polpastrelli sui meno teneri mattoni a vista di casa sua. Finchè onde e paesaggi marini di un bel pantone rosso sangue non ricoprivano e allietavano anche le tane dei topi d’appartamento. Il padre per farlo contento gli regalò un bel canotto monoposto e, messolo alla porta, con la madre che stringeva una fazzoletto e una foglia di radicchio, gli disse: “Figliolo, vai e disperditi!!!”, “Mhh, cosa?”, “No, no… Dicevo, vai e divertiti”.

Canottino in spalla, Artemio, iniziò la sua passeggiata fino al mare. Nel febbraio del 1492, avendo sbagliato l’imbocco per l’Appennino, si trovò ad ammirare il mare dalla scogliera di Tropea. Il canotto si era un po’ sgonfiato, ma dopo aver ingerito un paio dei gioielli di Tropea (le famose e taumaturgiche cipolle) trovò davvero tutto il fiato per rimediare…
E nuotò e remò. Remò e nuotò. Nuotò e… poi arrivò. Non lo sapeva nemmeno lui dove. Solo che c’erano dei tipi strani con le penne in testa che giocavano tutto il giorno ai cow boy (si lo so, che avete avuto sempre dei dubbi anche su questa storia, ma ve la racconto un’altra volta).

Nel frattempo, a Varese il signor Terra aveva denunciato l’INPS e stranamente aveva anche vinto la causa. No. La cosa strana è che la causa era durata per un tempo ragionevole, ma anche questa è un’altra storia. Insomma, si sentiva in colpa e alla fine era un po’ preoccupato per il povero Artemio. No vabbè, la verità è che gli serviva la sua firma per ottenere i 5 miliardi di dobloni varesotti, ottenuti con la vendita dei muri della casa, ritenuti ormai monumento cittadino.
Chiamò allora il più famoso investigatore privato di allora, tale Cristoforo Colombo. Si, proprio lui, il bisquadrisavolo dell’altrettanto famoso tenente Colombo. Quando si dice che il sangue non è birra!

Insomma, Colombo non badò a spese e al lido “Regina Isabella” affittò tre pedalò. E pedalò pedalò pedalò. Pedalò proprio tanto che è ormai passata alla storia la sua frase “L’hai voluta la bicicletta?”.
La ciurma era stanca e ormai rassegnata, finchè verso ottobre la vedetta, costeggiando una riva amena, vide un ragazzo bianco con un tutù di banane che giocava alla cavallina. E, riconosciuto Artemio nella cavallina, iniziò a gridare “Terra! Terra! Terra!!!” Scesi finalmente dalle imbarcazioni, lo riempirono prima di mazzate e poi dissero di aver scoperto un nuovo mondo, giusto per far felici gli sponsor.

E questa è la vera storia della scoperta dell’America. Non credete mai a tutto quello che vi raccontano a scuola. Saluti dal vostro affezionato Calogero Fragaglia.

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